Chianti e Chianti Classico – passeggiata tra Alberese e Galestro
Seconda serata monografica del 2019 presso Riserva Grande (delegazione romana della Scuola Europea di Sommelier) tutta dedicata al Chianti e al Chianti Classico.
Già dall’esame dei disciplinari e della storia (anche commerciale), anche per un degustatore non di lungo corso come me, appaiono subito chiare le difficoltà che queste denominazioni possono avere nel riproporre nel bicchiere una chiara espressione del territorio di origine. In un contesto vitivinicolo internazionale nel quale ormai si parla di zonazioni e parcellizzazioni, il Chianti è in grado di rendere riconoscibile un proprio terroir pur essendo una zona ampia quanto quasi tutta la Toscana? Può il Chianti Classico avere qualche carta in più in tal senso? E nell’ambito del Chianti Classico, come si affiancano i Chianti “modernisti” agli alfieri della tradizione? Lasciamo da parte dispendiose elucubrazioni e vediamo quali risposte sono state fornite dalla degustazione.
Nel rispondere “no” alla retorica domanda sulla riconoscibilità di un terroir per il Chianti DOCG, la degustazione si è focalizzata sul Chianti Classico, spaziando tra bottiglie con un taglio modernista e bottiglie storiche, da bottiglie provenienti da suoli con prevalenza di arenaria a suoli decisamente più minerali (e forse maggiormente espressivi, come vedremo).
La batteria dei vini
La prima bottiglia è il Chianti Classico DOCG 2017 “Castello di Fonterutoli” di Mazzei. Uvaggio composto da 90% Sangiovese e il restante 10% di Malvasia Nera, Colorino e Merlot; affinato in barrique di rovere (nuove al 40%). Colore rubino con ancora qualche lieve rimando ai suoi riflessi purpurei di giovinezza, cupo e intenso nel suo colore. Naso di grande finezza; sebbene ci sia ancora posto all’austerità del Sangiovese, al suo frutto caldo e polposo, è chiarissima la nota di vaniglia ben integrata con una interessante nota balsamica, resinosa, aghi di pino. La bocca tradisce la barrique non ancora pienamente digerita dal vino; l’ingresso pieno e rotondo di frutta in confettura lascia il posto ad un finale verde, quasi aspro, da succo di melograno. La degustazione conferma il tratto modernista della bottiglia. Un vino certamente ben costruito che si propone fuori dai classici canoni dei Chianti Classici, tanto nel colore (decisamente carico) quanto nei sentori erbacei e vanigliati. Probabilmente un vino più “Chianti Americano” che “Chianti Classico”, merita qualche anno più prima di essere stappato.
La degustazione prosegue con il Chianti Classico Riserva DOCG 2013 Castello di Monsanto. Composto da 90% di Sangiovese e da un 10% di Canaiolo e Colorino, vinificazione in acciaio e invecchiamento di 18 mesi in botti piccole di secondo passaggio, seguono almeno tre mesi in bottiglia prima della messa in commercio. Bottiglia di un’annata classica, propone una interpretazione del Chianti indirizzata verso le note dolci: dalla frutta (ciliegia, prugna, fragola decisamente matura) in grande evidenza alle speziature dolci e decisamente poco pungenti, si presenta poco austero, elegante e fine. La bocca è paradossalmente ancora un po’ giovane, non perché non sia già pienamente godibile ma perché, riconosciuti i tannini di ottima qualità, lascia intuire una buona prospettiva in termini evolutivi.
Lamole di Lamole, ovvero un Chianti Classico di montagna, coltivato ad una altitudine così più elevata rispetto alla media dei Chianti Classici da essere vendemmiato, in media, 15 giorni dopo i suoi cugini. Grandissima finezza, un Chianti che non è sfacciato, un Chianti che incuriosisce e invoglia alla scoperta per comprendere appieno l’originalità del suo terroir (ecco, sì, ora iniziamo a ragionare davvero in termini espressione di territorio). Grandissima finezza e delicatezza in un Chianti nel quale gli aspetti fruttati e ciliegiosi del Sangiovese lasciano grande spazio a note di fiori appassiti di viola e mammole, balsamicità, piccoli frutti rossi, grande mineralità. Sorso fresco e fragrante, tannini molto fini, un Chianti Classico che per femminilità arriva a ricordare alcuni tratti del Roero.
La batteria, prosegue in progressione con un Chianti “Gambelliano”: Chianti Classico DOCG 2014 Castell’in Villa. Tradizioni e rispetto della tradizione sono le parole d’ordine di questa bottiglia di 100% Sangiovese; nessuna prorompenza fruttata, nessuna rusticità. Austero, puro, essenziale nella grandissima eleganza. Un Chianti che una degustazione inesperta può facilmente confondere con un Chianti “debole”; parliamo invece di un vino luminoso, certamente il più fine dell’intera batteria, un Chianti che per sentori di incenso alle rose e violette non teme il confronto con più blasonati vini piemontesi. Tannini setosi e una clamorosa persistenza retronasale che vira verso note balsamiche. Un Chianti che fa scuola.
Il penultimo vino segue sulla stessa strada della Tradizione tracciata dal Castell’in Villa. Sangiovese senza compromessi di uve internazionali, agricoltura biologica, nessuna barrique per il Chianti Classico DOCG 2016 di Badia a Coltibuono. Un vino che rispetto al precedente cede qualcosa in termini di eleganze in favore di un po’ di struttura e corpo. Al naso esprime note di frutta leggermente acidule tipica delle more, una vena di tabacco dolce e cannella; fresco, sapido, persistente presenta dei tannini di grande qualità ma che secondo meritano ancora almeno un anno di attesa. Un rapporto qualità prezzo da fuoriclasse assoluto.
La serata termina lasciando il sentiero della tradizione per chiudere il cerchio verso le interpretazioni moderne. Chianti Classico Riserva DOCG 2015 “Castellare in Castellina” è un Chianti che studia un compromesso tra le due istante: uvaggio da Chianti tradizionale senza intromissioni di Merlot o altri vitigni internazionali, utilizzo (almeno in parte) di barrique con l’obiettivo di arricchire il prodotto finale di note di tostatura, di vaniglia, di sentori di spezie anche leggermente pungenti. Senza volerlo sminuire, è un vino che ricorda abbastanza facilmente le Morositas degli anni ‘90. Il legno, sebbene utilizzato con sapienza, non è stato ancora digerito e questo è un peccato.
La fine del viaggio
La nostra passeggiata nel Chianti dimostra chiaramente come sia possibile offrire un prodotto territoriale e non omogeneizzato al gusto internazionale; è nel Chianti Classico, tra le vene di Galestro e Alberese, che il Sangiovese esprime probabilmente il massimo del suo potenziale.
Sebbene il Castell’in Villa sia stato indiscutibilmente il fuoriclasse della serata, sebbene il Badia a Coltibuono sia una bottiglia con pochi concorrenti come rapporto qualità-prezzo, non posso non menzionare l’originalità e la finezza dei Chianti di Lamole. Personalmente approfondirò la produzione di quella zona in virtù del terroir unico che l’altitudine riesce ad esprimere, alla ricerca del “Chianti Classico di Montagna”.