Georgia, alle radici del vino
“Georgia, alle radici del vino”. Il titolo della serata è chiaro così come l’obiettivo dell’incontro: non è la ricerca di vini da “sindrome da Stendhal” (non necessariamente), non è una degustazione tecnica né una serata rivolta esclusivamente a esperti degustatori. E’ un omaggio ad un paese che rappresenta la (prei-)storia del vino, il paese dal quale tutto partì: la Georgia, appunto.
A posteriori, in realtà, è stata forse più la Georgia ad omaggiare noi presenti: l’Ambasciatore della Georgia è in sala, la Giovane Ambasciatrice della Georgia Neno Gabelia conduce le danze con Marco Cum di Riserva Grande e della Scuola Europea Sommelier. Forse la più intensa degustazione di vini georgiani mai organizzata a Roma. Ben diciassette (no, non è un errore di battitura, proprio 17 diversi vini) le bottiglie degustate in sequenza che Andrea Petrini presenta con la solita efficacia. La rappresentanza di produttori in sala è cospicua. Forse eravamo noi gli ospiti.
La degustazione nasce in un momento storico nel quale tanto si parla in Italia di vini biologici, di vini naturali, di lunghe macerazioni per i vini bianchi, dell’utilizzo dell’anfora. Si vuole andare oltre la moda e risalire fino all’origine di tutto ciò; storia vuole infatti che il “ghivini” (vino, appunto) nasca lì circa 8.000 anni fa. Per i georgiani il vino non è solo un business o un affare culturale, il vino è un affare di famiglia; ovunque c’è una vite, quasi ogni casa ha i suoi Qvevri (le anfore interrate, patrimonio UNESCO) per l’affinamento dei vini gelosamente custodite nelle cantine (marani). Lì il vino è sostentamento, è qualcosa che pervade il tessuto sociale, che rappresenta parte dell’identità nazionale. Lì maestri della biodinamica e dell’affinamento in anfora (come J.Gravner) hanno trovato ispirazione per quelle tecniche poi rielaborate in chiave europea.
Sono 10 le principali aree di produzione, ognuna con la sua vocazione: Abkhazia (regione indipendentista, contesa coi russi, sul mar Nero), Samegrelo, Guria, Adjara, Lechkhumi, Racha, Imereti, Meshketi, Kartli e Kakheti (Cachezia in italiano). Quest’ultima sembra essere è l’eldorado enologico della Georgia con il 90% di tutte le vigne del paese. I rossi rappresentano solo il 25% della produzione complessiva. Circa 525 i vitigni autoctoni ad oggi catalogati.
C’è un fil rouge che unisce quasi tutte le bottiglie degustate: sono vini di corpo, con macerazioni a contatto con le bucce ma anche con i raspi (sei mesi, normalmente). Vini da grandi estrazioni. Vini che presentano quasi tutti una lieve nota ossidativa, con sentori eterei, smaltati. Vini con un tannino molto importante per i rossi e così presente nei bianchi (specialmenti negli amber wine) da trarre certamente in inganno se bevuti in un calice nero. Sono vini che costringono a ripensare le tradizionali temperature di servizio e per i quali è necessario qualche grado in più per potersi esprimere al meglio.
Sono vini molto distanti dalla nostra concezione, vini estremi ai quali si concede qualche licenza in virtù del loro fascino “ancestrale”.
Impossibile, dopo una sola serata, descrivere la caratteristiche organolettiche di vitigni dai nomi “scioglilingua”; è invece possibile dare un’idea dell’ampiezza della degustazione. Quattro le batterie:
- la prima è composta da tre vini bianchi. I più leggeri della serata che già presentavano una sottile trama tannica e un colore giallo paglierino con riflessi oro. Completamente incentrato su note fortemente mentolate il primo vino. Il secondo, della cantina Obene, forse il più equilibrato e vicino ai nostri canoni;
- la seconda batteria (4 vini) già inizia a mostrare quelle caratteristiche di opulenza che in molti si aspettavano. I colori sono da vendemmie tardive. Nei sentori regna la frutta matura (quasi sciroppata), albicocca e pesca su tutti; compaiono le note eteree e le nuance di smalto. Alcuni (il particolare il 5°) iniziano ad esprimere note salmastre, una forza quasi “nervosa”, ruvida, speziata. Con il 6° e 7° vino fa la sua comparsa il vitigno Cinebuli (“eccezionale” in georgiano); spiazzante come esprima note di fragola pur essendo un vitigno a bacca bianca;
- con la terza batteria entrano in scena gli Orange (anzi gli Amber wine, secondo la tradizione georgiana). Tra tutti, penso che l’11° sia stato il più interessante, con un tannino da vino rosso e quella intensa nota di resina di pino che avvolge da subito il naso. Da applausi (senza nulla togliere agli altri produttori) il Tsolikouri;
- quarta batteria è la batteria dei rossi. Incredibilmente tannici, probabilmente da rivalutare con qualche anno in più di affinamento. Nel 14° ho ritrovato un qualcosa di casa: quel tannino vivace e la nota chinata tipica di molti Taurasi.
La serata si chiude con due “regali”: il primo è un vino rosso prodotto da un vitigno che ha più di 300 anni e che non dà sempre frutto. Elegante e complesso, sicuramente distante dalla tradizione degustata fino a quel momento, il Tamaris Vazi, 2018 di Natenadze’s Wine Cellar. Il secondo è un vino rosso dolce; contrariamente agli altri degustati perde il vigore fin qui riscontrato e vira verso un carattere decisamente più “addomesticato”, fluido, scorrevole in bocca e per nulla opulento; un succo di piccoli frutti rossi e di ciliege croccanti con rimandi di erbette aromatiche.
Questi i vini in degustazione:
- Natenadze’s Wine Cellar, Meskhuri White
- Obene, Tsolikauri
- Vartsikhe Marani, Tsolikauri
- TCHOTIASHVILI FAMILY VINEYARDS, Kisi
- Shato Akura, Kisi
- Abdushelishvili wine Cellar, Chinuri
- Marani Napheri, Chinuri
- Gugoshvilis marani Rkatsiteli
- Telavi Old Cellar Rkatsiteli
- Rare, Rkatsiteli
- Abdushelishvili wine Cellar, Rkatsiteli
- Abdushelishvili Wine Cellar, Saperavi
- Obene, Ockhanuri Sapere
- Tavankari, Saperavi
- TCHOTIASHVILI FAMILY VINEYARDS, Tavkveri
- Natenadze’s Wine Cellar, Meskhuri tsiteli
- Natenadze’s Wine Cellar, Tamaris vazi
- From ana’s vineyard, Usakhelouri
Non so se questa interpretazione del vino possa (almeno nel breve tempo) fare breccia nel gusto italiano. Certamente ha qualche punta di diamante utile a stuzzicare la curiosità degli appassionati; niente voli pindarici, nessun prodotto hipster (per ora) né bottiglie seducenti e ammiccanti. Clima, vite, uva, vino, uomo e tutti gli eventuali splendidi difetti che questo intreccio può generare.
La conoscenza è stata fatta, il ponte è aperto. Un evento che forse merita una seconda edizione, magari con seminari tecnici specifici, magari confrontando tra loro vini italiani e quelli georgiani e magari, perché no, provando a stupire i nostri amici di terre lontane con i “nostri” Orange Wine (Amber Wine, nella loro accezione).