Nebbiolo nel Cuore 2020 – I Nebbioli figli del Vulcano
Dici “Nebbiolo” e tutti rispondono “Langhe!”.
C’è però un’area, sempre in Piemonte, che dà vita a grandissimi vini a base nebbiolo; un’area che ospita ben 2 DOCG e 8 DOC; un’area che, giustamente e meritatamente, sta vivendo un importante ritorno sotto le luci della ribalta: stiamo parlando del cosiddetto “Alto Piemonte”, territorio compreso tra le province di Biella, Vercelli, Novara e Verbano-Cusio-Ossola. Guardando con maggiore attenzione, limitando lo sguardo alla Valsesia, in soli 30 km di diametro è possibile identificare una varietà di terroir forse unica al mondo. Il seminario organizzato da Riserva Grande nel corso dell’evento Nebbiolo nel Cuore 2020 si è stato incentrato proprio sui vini prodotti lassù, all’ombra del Monte Rosa, tra ceneri vulcaniche e detriti glaciali.
Giustamente convinto che una profonda comprensione dei vini dell’Alto Piemonte non possa prescindere da qualche nozione della storia geologica della zona, Andrea Petrini (relatore che, con la consueta efficacia, ci ha accompagnato lungo questo viaggio) ha lasciato che Edoardo Dellarole, Presidente Sesia Val Grande UNESCO Global Geopark, travolgesse i presenti con una appassionata introduzione divulgativa; una cosa è sapere dell’esistenza del Supervulcano della Valsesia, ben altra è comprendere come la portata dell’evento occorso in remotissime ere geologiche ancora oggi possa influenzare profondamente la viticoltura della zona. L’area è intimamente legata alla presenza del Monte Rosa (monte nato dagli stessi movimenti tettonici che hanno piegato la sezione del vulcano esponendola direttamente in superficie), barriera dai gelidi venti in inverno, fonte di fresche brezze in estate. Le escursioni termiche tra il giorno e la notte sono decise. I suoli sono intrinsecamente poveri di materia organica, poco profondi, estremamente duri e resistenti, con rara presenza di argille. I terreni sono tendenzialmente acidi, con un livello di pH unico nel panorama vitivinicolo, un livello di acidità tale da rendere ferro e manganese disponibile al suolo (“mobile” per come è stato definito da Dellarole) e quindi direttamente assimilabile dalla vite. Sono suoli sui quali la vite è costretta ad un grande sforzo vegetativo.
Terreni della Valsesia Il Supervulcano Campioni di roccia
Il Nebbiolo, che come pochi altri vitigni al mondo riesce a dare voce ed espressione al terroir nel quale viene allevato, qui assume caratteristiche uniche: abbiamo vini “figli del fuoco”, nati direttamente su territori con suoli vulcanici (come il Boca DOC o il Gattinara DOCG e come sostanzialmente si possa affermare anche del Bramaterra DOC nonostante una percepibile percentuale di sabbie), con note austere, scure, spesso ematiche. Troviamo vini “figli del mare” (come le sabbie che caratterizzano il suolo del Lessona DOC). Troviamo infine vini “figli del ghiaccio” (come i territorio alluvionali del Ghemme DOC, Fara DOC e Sizzano DOC) che abbandonano le note austere proponendosi con maggiore leggiadria e freschezza;sebbene ovviamente meno evidente rispetto all’areale del Boca o del Gattinara, l’influenza del Supervulcano è percepibile anche nelle altre zone: anche le aree alluvionali risultano infatti ricche non solo di arenarie ma anche di ceneri vulcaniche portate a valle dai torrenti e dal movimento dei ghiacciai.
Al fine di assecondare al meglio questo ampio ventaglio di suoli, i disciplinari delle varie DOC/DOCG dell’Alto Piemonte prevedono che il Nebbiolo, con percentuali variabili, possa essere vinificato con Uva Rara (che apporta apporta decisi sentori fruttati e floreali), la Vespolina (con le sue evidenti note speziate) e la Croatina (che dona maggiore corpo e colore ai vini nei quali è utilizzata).
Chiariti questi aspetti (suolo, influenza del Monte Rosa, disciplinari di produzione), la conduzione della degustazione aveva la strada spianata.
Il viaggio parte dal Boca, DOC caratterizzata da un suolo ricco di porfidi quarziferi rosa. L’azienda Podere ai Valloni, biologica certificata dal 2014, presenta un Boca DOC 2011. Grande mineralità, grande sapidità e grande acidità sorreggono un vino dalle intriganti note austere ed ematiche per il quale il giusto tempo di affinamento ha consentito di godere di un vino equilibrato e di buona beva. Una naso elegante e raffinato, nel quale piccoli fiori rossi, lievi sentori di prugna, spezie e frutti di bosco sono ben integrati e collaborano tra loro senza prevalere l’uno su l’altro; dal punto di vista olfattivo, l’ossatura è definita da un profonda e persistente nota di arancia sanguinello. Il Boca 2015 dell’Azienda Barbaglia si conferma come un vino di gran classe nel quale le note di frutta (mora e lampone su tutti, maggiore rispetto al Podere ai Valloni anche a causa della differenza di annate) si integrano con una speziatura davvero intrigante; ci sono erbe di campo, sentori di pietra scura. Un vino croccante e pimpante al palato che trasmette un’energia quasi pulsante, una vitalità che potremmo definire “adolescenziale”.
Boca DOC – Podere ai Valloni Boca DOC – Azienda Barbaglia
Con il Bramaterra, i porfidi si trovano inframmezzati a calcare e sabbia. Il primo Bramaterra degustato dell’Azienda La Psigula (Bramaterra DOC 2016) è vivace, rubino sull’unghia, consistente nel bicchiere. Carnoso con note di prugna e amarena, lievi sentori di vaniglia introducono a percezioni di spezie (orientali); la vena balsamica anticipa la chiusura di liquirizia e di rabarbaro. Il secondo Bramaterra, quello proposto dall’Azienda Tenuta Sella, è del 2013 e la differenza in termini di affinamento è chiaramente percepibile: i riflessi nel bicchiere consentono di scorgere lievi venature granate mentre il vino scorre consistente nel calice. Una mineralità sottile al naso che rimanda alla grafite; piccoli frutti rossi e pepe nero ingentiliscono un naso di grande eleganza. Ha carattere in bocca: sapido, lungamente sapido e fresco, non eccede nel corpo e questo gli dona grande bevibilità. I tannini sono fitti e fini, ben indirizzati verso un futuro di ottima evoluzione se bevuto all’apice della sua curva di invecchiamento.
Bramaterra DOC – La Psigula Bramaterra DOC – Tenute Sella Colline Novaresi DOC – Azienda “Dei Cavallini”
Il Colline Novaresi DOC Nebbiolo “Caramino” dell’Azienda Agricola dei Cavallini parte in sordina per aprirsi con grande garbo. Viola e ribes rosso, eucalipto e tabacco dolce, lunga nota di spezie scure e di incenso. Sensazioni gustative che tendono alla verticalità, grande freschezza per un calice che scorre via con grande piacere tra sorsi appaganti.
Fara Doc – Francesca Castaldi Sizzano Doc – Cantina Comero
Il Fara DOC 2015 di Francesca Castaldi ha invece un attacco più generoso, attira con inusuali note erbacee e di erbe officinali, segue con una balsamicità propria vini rispettosi delle terroir della zona, arriva a nuance terrose. Piacevolmente pungente, il Fara di Castaldi accompagna la degustazione in una fase meno incentrata sulla complessità olfattiva e dedicata invece a sottolineare come i vini “figli del ghiaccio” siano uniti dal fil rouge della grande facilità di beva.
Il Sizzano DOC 2015 di Cantina Comero riposa per 12 mesi in acciaio prima di affinare per altri due anni in grandi botti di rovere. Rubino, vivace, consistente. Un naso davvero interessante di piccoli frutti rossi maturi, spezie dolci, liquirizia, foglie di tabacco e sbuffi di menta e incenso. Il frutto è presente ma non invasivo. La bocca ha tutte le pietre preziose ben incasellate: grande freschezza che invoglia al sorso, lunga scia di sapidità quasi marina, tannino di qualità. Sarebbe interessante provarlo con qualche anno di affinamento in più.
Coste della Sesia Doc – Castellengo Gattinara Docg – Antoniolo
Nebbiolo in purezza, il Coste della Sesia DOC “Castellengo” 2014 dell’Azienda Centovigne. L’affinamento avviene in botti di rovere per 24 mesi e successivamente altri 12 in bottiglia. Luminoso, austero, affascinante. Piccoli more, noce moscata e chiodi di garofano, una sottile e sorprendente mineralità salmastra (ricorda quasi gli scogli bagnati). Il sorso è pieno, la sostanza è tanta. Bottiglia di certo interesse.
La passeggiata in Alto Piemonte termina con il Gattinara DOCG San Francesco 2013 dell’Azienda Antoniolo. Avendo degustato poco tempo prima il cru Osso San Grato 2006, ho avuto la fortuna di poter toccare con mano, sebbene da due cru diversi, le straordinarie potenzialità evolutive del Gattinara. Intrigante e misterioso al naso: fini note eteree ed ematiche, arancia sanguinella, austero con note di viole, una vena pungente di melograno spremuto. Flessuoso e leggermente pungente con la sua speziatura, in bocca conferma l’austerità nobiliare già identificata al naso. Principesco.
Completato il viaggio, convinti delle potenzialità enormi dell’Alto Piemonte, sovviene a questo punto un dubbio di “eno-politica”. I territori delle DOC/DOCG sono davvero piccoli in termini di dimensione e produzione. In un mercato nel quale la riconoscibilità e la capacità di coesione tra produttori è premiante, la suddivisione in così tante DOC/DOCG valorizza il prodotto oppure rende più difficile comprenderlo e proporlo? Avrebbe senso presentarsi con una “Valsesia DOCG” e procedere ad una chiara zonazione?
Le qualità dell’Alto Piemonte sono tramandate nel DNA del Nebbiolo, scritte nella Pietra, incise nel Fuoco…un vitigno, tantissimi grandi vini, tutti figli del Vulcano.