Beviamoci Sud 2020 – Sulle Ali di Mercurio
“Sulle Ali di Mercurio” è il titolo del seminario organizzato da Riserva Grande, Andrea Petrini e Luciano Pignataro nel corso dell’evento Beviamoci Sud, dedicato ai grandi rossi del Sud Italia. Il seminario è stata una passeggiata tra Campania, Puglia e Molise alla scoperta di vitigni più o meno noti, tra terreni vulcanici e non, tra roccia della Murgia e gli antichi graniti di Sardegna. I vini in degustazione sono accomunati dall’essere il frutto dell’attenzione di Vincenzo Mercurio, enologo che ha dedicato le sue attenzione ai vitigni del Meridione (da cui il nome al seminario).
Dall’inizio del viaggio…
Lautonis Casavecchia “Il Verro” 2017, è il primo vino in degustazione. Prodotto con vitigno casavecchia, a lungo confuso con l’aglianico con il quale condivide un’importante carica tannica. Ci troviamo alle spalle della Reggia di Caserta, su un suolo intimamente legato alla storia delle eruzioni del Vesuvio. L’affinamento è in solo acciaio, l’obiettivo è esaltare la nota varietale e non interferire con l’importante carica antocianica: scuro, inchiostrato, more di gelso, leggermente balsamico, rabarbaro, una frutta concentrata tipica delle annate siccitose, una chiusura di grafite. L’anima è quella di un animale selvaggio, sia al naso che nei tannini ancora scalpitanti, così come per la sferzante acidità (che ne garantisce una sorprendente bevibilità) agrumata. Un sorso reattivo che trasmette un’energia coinvolgente. Un vino che il tempo riuscirà a domare, un vino dal successo gastronomico garantito.
Il sentiero intrapreso prosegue alle falde del Vesuvio: Pompeii Pompeiano Rosso Piedirosso Igt 2017, azienda Bosco de’ Medici. Per molto tempo, il piedirosso è stato approcciato come un comprimario dell’aglianico per via dei suoi tannini delicati in grado di addomesticare anche l’animale più selvaggio; per molto tempo è stato ritenuto un vitigno secondario perché non molto longevo, per la facilità cede a sentori di riduzione, perché spesso esprimeva note non propriamente eleganti. La sfida (vinta) è stata quella di realizzare un vino decisamente territoriale con la giusta finezza, un vino con tanta mora scura e mirtilli, visciola, fieri riconoscimenti di geranio e iris, pietra focaia e china, sentori di cannella, un lieve sbuffo sulfureo. Il passaggio in solo acciaio esalta le note di freschezza e conferisce un sorso di ferma vivacità, in grande equilibrio, appaga e soddisfa con tannini gentili. Chiude con una nota leggermente amaricante che contribuisce a ripulire la bocca per il sorso successivo. Un vino che nasce pronto da bere; non vuole essere un campione in termini di vette di complessità o di corpo, un vino che preferisce presentarsi come piacevole compagno dei piatti di tutti i giorni.
Si giunge in Puglia e l’accoglienza è del Nero di Troia Castel del Monte Doc 2016, Masseria Faraona. Dimentichiamoci quelle interpretazioni “tutte surmaturazione” del nero di troia; per Masseria Faraona, a 500m di altitudine, con un blocco calcareo nei quali affondare le radici, del Nero di Troia è opportuno esaltare le note di freschezza e croccantezza. Le barrique sono solo di secondo o terzo passaggio. Il 2016 si percepisce ancora in piena gioventù, un adolescente in cerca di equilibrio e maturità. Non si rilassa sul palato, trasmette una vibrante tensione (che probabilmente lo rende interessante) ma la bevibilità non ne risulta minimamente pregiudicata. Non c’è ancora molto spazio a sentori terziari. Floreale, trionfo di ciliegia marasca, mora, ribes, polvere di roccia bianca; una punta di spezie dolci. Croccante.
La prima batteria si chiude al di là del mare con il Nuracada Isola dei Nuraghi Bovale Igt 2017, cantina Audarya. In bel vestito dal vivido color rosso rubino, il Nucarada si apre immediatamente con un naso decisamente “sardo”, quei sentori che già prima dello sbarco si sentono dal traghetto: il mirto, una lunga nota di resina; la vena fruttata e floreale restano quasi in secondo piano dietro la macchia mediterranea. E’ carnoso, abbastanza avvolgente. Continua a riflettere la terra d’origine con una buona nota salmastra. Forse l’acidità non è di quelle da affinamenti eterni ma il sorso è piacevole.
…alla tappa intermedia…
La seconda batteria di vini è dedicata ai vini di maggiore estrazione, di maggior corpo.
Tintilia, altra bella scoperta questo vitigno del Molise; già dal nome (Tinto in spagnolo indica il rosso) si intuisce la grande carica antocianica. Non particolarmente vigoroso né produttivo (e probabilmente per questo a lungo scomparso in favore del Montepulciano), questo vitigno conferisce al vino un colore così intenso da pensare ad un inchiostro blu. Le eleganti note di spezie, una nota balsamica e frutta rossa (amarena, una ciliegia esplosiva, prugna) ben si integrano nella Tintilia 66 di Claudio Cipressi; una nervatura lievemente erbacea e terrosa contribuisce alla complessità del calice. Stupisce per palato concentrato, caldo, decisamente succoso. Ha otto anni l’annata 2012 ma si mostra ancora in perfetto controllo della sua energia, potente, scalciante. Seducente. Un colore così intenso da ricordare i vini di “ieri” ma con la pulizia olfattiva di “domani”.
Le nuove coordinate ci portano in Basilicata, a Matera, Tenuta Parco dei Monaci. Tra ciottoli calcarei, lo Spaccasassi Moro di Matera Doc 2016 viene assemblato a partire da uve cabernet sauvignon, merlot e primitivo. Immancabile nota di foglia di pomodoro e di peperoni verdi cedono il passo ad un cesto di frutta rossa: ribes, mirtillo, lampone e mora. Il bouquet è impreziosito da lievi sentori di mentolati, un punta di tostatura. Un vino compiuto, in equilibrio. Caldo e opulento, regala un tannino abbastanza elegante.
Si risale verso la Campania e ci si ferma in terra d’aglianico, presso la Fattoria La Rivolta. Il Terre di Rivolta Aglianico del Taburno Riserva Docg 2015 nasce sulle pendici del Monte Taburno, su suolo prevalentemente calcareo, prodotto da sole uve aglianico. Intenso nel calice, sia in termini di colorazione che in termini olfattivi. I piccoli frutti rossi d’ingresso lasciano spazio a nuance di spezie delicate, di corteccia, di balsamo e incenso. La bocca, piacevolmente agrumata, svela dei tannini che come atteso sono ancora in evoluzione. Il sorso lascia emergere una venatura sulfurea e vira su note tendenzialmente ammandorlate.
Non ci dobbiamo spostare di molto per parlare di Tenuta Sant’Agostino e del loro “Anfora del Calore Beneventano Igt 2016”. Troviamo un’acidità più contenuta, una frutta in confettura nella pienezza dei 16° di questo vino da uve surmaturate, un soffio di resina di pino e di fiori appassiti. Il passaggio nelle anfore, tramite le tipiche micro-ossidazioni, consentono di apprezzare un succo con un tannino già più educato rispetto al vino precedente.
…per arrivare al traguardo
Al traguardo rimane la piacevole sensazione di non essere riuscito a riconoscere la mano chiara e indistinguibile dell’enologo (Vincenzo Mercurio, presente in sala). Questo lo giudico un aspetto positivo perché anziché che trovare una formula vincente, omologata e omologante, il Dott.Mercurio ha lasciato esprimere i vitigni e i territori andando ad assecondare e supportare il progetto del produttore. Chi, sulla base della locandina, si aspettava un trionfo di un enologo è rimasto probabilmente deluso; la sua delusione è la vittoria di questi vini.