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Beviamoci Sud 2020 – Lo strano caso di un Merlot in Irpinia

In una Campania vitivinicola che tradizionalmente dedica le sue energie ai molteplici vitigni autoctoni, c’è chi ha scelto di produrre un Merlot dal gusto tipicamente internazionale. Lo ha chiamato Patrimo e, nel corso di “Beviamoci Sud” (evento organizzato da Riserva Grande, Andrea Petrini e Luciano Pignataro), lo propone in una verticale che spazia dal 2005 ad oggi. 

Parliamo di Feudi San Gregorio e del Patrimo annata 2005, 2006, 2013, 2014, 2015 e 2016 (en primeur); parliamo di un vino prodotto a partire da un vitigno, il Merlot, che una volta non  era nemmeno ammesso tra le uve autorizzate per la produzione di vino in Irpinia.

Patrimo – Feudi San Gregorio – annate in degustazione

Sebbene si tratti di un vino del Sud Italia, sarebbe un grave errore sottovalutare le specificità dell’Irpinia. La scarsa acidità tipica del Merlot qui trova una cura rinvigorente per via delle notevoli escursioni termiche; il Patrimo, come vedremo, incarna tanto l’opulenza del Sud quando le fresche note balsamiche di un Merlot d’Oltralpe. In tal senso, il contributo del suolo e del clima irpino è determinante. 

Mentre in Toscana si è assistito ad una vera e propria esplosione dei cosiddetti Super Tuscans, lo stesso non si può dire per la Campania. Parlare di “Super Campanian” è fuori luogo considerata l’unicità del prodotto ma rende l’idea dello stile che si è voluto perseguire.

E’ vino curato in vigna (sempre più curato in vigna, come vedremo) ma attentamente progettato a tavolino come farebbe il migliore architetto. E’ un Merlot che si spiega bene anche ai non appassionati del Merlot.

Tenuto conto delle caratteristiche del vitigno e del lungo affinamento, il 2005 presenta ancora una discreta freschezza ma inizia a dare i primi segni di stanchezza. Ha tenuta, ha un colore ancora rosso rubino impenetrabile con inconsueti riflessi porpora (sottolineiamo, è del 2005). Il naso è un naso di frutta matura, confettura di piccoli frutti neri. La nota vegetale è ancora presente, una nota ammandorlata ricorda la radice di genziana. Note di vaniglia e di tostatura completano il bouquet. Volendo essere severi, pecca un po’ in lunghezza se rapportata alla potenza dell’ingresso in bocca. 

Il 2006 si muove su uno spartito decisamente più balsamico e propone un effluvio di resine, di foglie verdi. Sempre in primo piano la frutta matura che qui si fa meno opulenta e travolgente. Probabilmente più elegante del 2005, sicuramente più persistente, si distende con maggiore rilassatezza sul palato e non scivola via se non dopo aver conquistato tutta la cavità orale. 

Il primo Stop&Go è necessario per individuare uno dei momenti di svolta del Patrimo: la scelta di affidarsi alle intuizioni agronomiche piuttosto che al lavoro in cantina. Le rese diventano volutamente più basse, si cerca una maggiore qualità dell’uva fin dalla pianta, si cerca un equilibrio primario già dall’acino. L’utilizzo del legno si fa meno aggressivo, le tostature di ammorbidiscono così come aumentano in parte le dimensioni delle botti. Il frutto è netto, pulito, rimangono quelle note di torrefazione sullo sfondo. Il vino è meno “masticabile” e certamente più “bevibile”, si alleggerisce senza perdere la sua robustezza.

Tale processo è ancora più evidente nell’annata 2014, vendemmia nella quale il Patrimo conferma la sua coerenza stilistica.

Ultima pausa prima del traguardo: anno 2015 e 2016. Raggiunto l’equilibrio in vigna, si lavora sui dettagli: ridurre l’estrazione delle note verdi e amare dei vinaccioli del Merlot. Anche in questo caso, come nel passaggio tra le prime due bottiglie e le due successive, lo scarto è netto. I calici si esprimono su registri di maggiore eleganza, il naso diventa più floreale, si percepisce una maggiore freschezza che talvolta sfocia nel balsamico. E’ evidente lo sforzo che l’azienda ha affrontato per convergere verso un Patrimo “nuovamente moderno”, abbandonando l’Old Style in favore di un vino più snello e un minimo scattante. Abbandona l’idea di essere una versione Campana dei vini bordolesi, rifugge l’idea di essere una caricatura.

Nel corso di questo seminario ci siamo seduti lungo il fosso vedendo scorrere davanti il fiume delle mode, dei gusti, del tempo. Apparentemente fuori dai canoni che tradizionalmente caratterizzano la proposta di Riserva Grande, il Patrimo ci ha descritto in primis un prodotto, un seminario nel quale tra gli elementi caratterizzanti il concetto di terroir (clima, microclima, territorio, vitigno, uomo) è l’uomo ad essere protagonista con la sua ricerca e il suo studio. Una verticale che, partendo da un vino di grande rilevanza storica, più che la semplice esaltazione della qualità ha rappresentato una sorta di master-class sugli stili di vinificazione e sull’interpretazione dell’utilizzo del legno; la lenta transizione dal Patrimo 2005 al 2016 è esemplificativa e assolutamente riconoscibile di un vino internazionale che non può e non vuole definirsi “tradizionale”, è esemplificativa di un “strano caso di un Merlot in Irpinia”.

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